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Un'altra illustre vittima dell'incapacità dell'individuo medio(cre) di accettare e gestire il caos è il dibattito su fascismo e antifascismo. O meglio, su fascismo e non-fascismo. Il distinguo verrà chiarito alla fine.
Chi sente di appartenere ai gruppi socio-politici che vengono accusati di fascismo-filia, nega per convenienza l'esistenza del fascismo. Chi di contro si identifica con le fazioni votate all'antifascismo, accusa in blocco i suddetti di apologia di fascismo.
Mi tocca, come al solito, dare ragione e torto un po' a tutti: è il destino di chi si trova a proprio agio nella gestione del caos ed è chiamato a valutare le posizioni di chi, non essendo in grado di apprezzare l'estrema complessità della realtà, ha bisogno di utilizzare dei modelli semplificati per facilitarne la comprensione, finendo tuttavia per non capirci una mazza.
Hanno torto i primi nel negare l'esistenza del fascismo. Hanno ragione invece a rifiutare la spiegazione polarizzata che poggia sui campi politici tradizionali: "il fascismo sta tutto a destra e l'antifascismo tutto a sinistra" (l'utilizzo di questi termini ha su di me lo stesso effetto dello stridio di unghie su una lavagna).
Gli altri invece, ovviamente, hanno torto e ragione a parti invertite.
Bene, ma qual è quindi la spiegazione non semplificata? Eccola. Il fascismo come forza politica ben definita non esiste più. Esiste invece, altroché, come atteggiamento.
Quello che oggigiorno ha senso chiamare fascismo è in realtà un tratto culturale atavico, strisciante e trasversale della società italiana. Un tratto che precede il ventesimo secolo, presente probabilmente già al tempo del rinascimento, e forse anche prima.
Il ventennio lo ha incarnato come segno distintivo di un movimento politico specifico, gli ha dato un nome e lo ha miscelato con altre componenti, personalizzandolo.
Questa è la fonte di tutte le incomprensioni, degli equivoci e della confusione. E chi non è per natura in grado di cogliere le sfumature di una realtà complessa, invece di accettare il proprio limite cerca di oltrepassarlo tramite interpretazioni semplificate. Semplici quindi, ma purtroppo errate.
Se smettete di considerare il fascismo come forza politica e lo identificate invece con un atteggiamento intollerante, prepotente, aggressivo, subdolo, opportunista e vigliacco, vi renderete conto (se non siete dei casi disperati) che innanzitutto il fascismo è vivo e vegeto, e che inoltre, pur potendo alle volte risultare più frequente in seno a certi gruppi socio-politici piuttosto che altri, è comunque un fenomeno trasversale.
Chiamarsene fuori — negandone l'esistenza in un caso o dichiarandosi antifascisti nell'altro — non è sufficiente, cari miei. Per essere sicuri di non essere fascisti bisogna assicurarsi di non esserlo davvero. E l'unico modo per farlo è comportarsi come dei non-fascisti.
Sempre.
Il mondo, parliamoci chiaro, è pieno di gente ordinaria, se non addirittura mediocre.
Trovare una persona con del talento in un campo — sia esso musica, letteratura, pensiero critico, arte, scienza o sport — è da considerarsi evento raro.
Molta gente però fa un ragionamento stranissimo. Nonostante accetti senza batter ciglio l'assenza totale di talento nella maggioranza delle persone, da questi casi speciali — quelli con un talento mono settoriale — si aspetta invece del talento a tutto tondo. Cioè a uno che canta bene si richiede ottima capacità di comunicazione. A un bravo scrittore visione politica. A uno sportivo l'integrità morale. E via dicendo.
Eppure si tratta di banale calcolo delle probabilità: se è raro, come è vero, trovare una persona talentuosa in un campo, pensate a quanto difficile possa essere trovarne una con del talento multi settoriale!
Magari qualcuno starà pensando a Leonardo da Vinci come controesempio. Va bene, il da Vinci era un personaggio incredibile, dal talento eclettico. Però è vissuto cinque secoli fa. E ancora se ne parla come un caso più unico che raro!
Semmai il suo è un esempio che prova proprio il punto di vista appena esposto.
Mi sono sempre saputo divertire, in qualunque posto e modo, in qualsiasi momento. Frequento anche i tipici luoghi del divertimento. Non tutti, sia chiaro, ma alcuni sì. Li riconosco subito: possiedono qualche ineffabile caratteristica che soddisfa il mio istinto.
Ci vado anche da solo. Ho sempre amato farlo. A volte posso sembrare schivo, assorto, persino cupo. È soltanto apparenza. Forse sono brillo, e me la sto spassando davanti al palcoscenico della mia mente. Inoltre osservo e ascolto. La musica, certo, ma non solo.
Io lo so cos'è il divertimento. Lo so meglio di quello che sorride a tutti e "fa" l'estroverso. Ho conseguito una laurea, un master e un dottorato in divertimento. Tutto honoris causa, ovviamente. Semplicemente non mi diverto in modo prescritto, precostituito, prefabbricato. In generale i "pre-qualcosa" mi danno l'orticaria.
Il divertimento per me è qualcosa di spontaneo, istintivo, creativo. Il mio divertimento è, come un po' tutto il mio stile di vita, una forma d'arte — perdonate l'immodestia. È tuttavia una forma d'arte un po' insolita, esotica, che sembra appartenere ad altri lidi. Un po' come le maschere africane, le stampe giapponesi o le danze tahitiane che fecero il loro sbalorditivo e dirompente ingresso nel panorama culturale europeo dell'ottocento.
Credo che non smetterò mai di cercare di divertirmi. E nemmeno di riuscirci, se tutto va bene. È persino possibile che schiatterò divertendomi.
Sì, pensandoci bene, spero proprio che vada a finire così.
La notizia deve trasmettere informazione. Arricchire il bagaglio conoscitivo dello spettatore. Niente di più è niente di meno.
Se quando guardate un telegiornale o un video vi sentite invece colpiti a livello emotivo — indignati, arrabbiati, intristiti, euforici o impietositi — siete il bersaglio di tecniche manipolatorie atte a raccogliere consenso su qualche tema. Il fine può essere politico, economico, bellico, strategico in genere. Di sicuro non si sta cercando di informarvi.
Gli organi governativi, i propagandisti, i cosiddetti "spin doctor" sono maestri nell'utilizzo di queste tecniche e si servono di media accondiscendenti per metterle in atto.
Non sto parlando solo delle TV e dei giornali di stato. Ne sei vittima anche tu, che credi di abbeverarti alle pure sorgenti del fantasmagorico bluff chiamato anti-mainstream.
Le tecniche sono subdole, ma gli effetti sono talmente plateali da renderle inoffensive, a patto che uno ne sia consapevole e tenga alto il livello di attenzione.
Per sfuggire all'incantesimo basta porsi la domanda implicita nell'incipit: la notizia mi colpisce a livello emotivo? Se la risposta è "sì": spegni immediatamente il baracchino gracchiante, usa il lercio foglio per pulirti il culo o poggia il cellulare su quella pila di carte che stanno volando via.
Disciplinati a sottoporti sempre a quel semplice test. E agisci di conseguenza quando l'esito è positivo. Non ti preoccupare: quella a cui rinunci non è vera conoscenza.
Puotesi addulcir l'aspra vecchiaglia
aizzando'l foco a la spezial paglia.
Mi capita ogni tanto di origliare, senza averne in realtà intenzione, le conversazioni di qualche gruppetto di giovani. Questi ragazzi adottano spesso un tono serio, o forse serioso, quasi offeso, con forti tendenze all'indignazione. Quando riesco fuggevolmente a carpire l'oggetto dei loro discorsi, mi rendo conto che si tratta di semplici chiacchiericci, quasi sempre a proposito di persone non presenti.
Certo, il pettegolezzo, altrimenti detto gossip, è sempre esistito. Questa però ne è una versione meno innocua, a mio modo di vedere. Non coinvolge vecchiette e vecchietti a cui il tempo e gli eventi hanno indurito l'anima, bensì ragazzi che dovrebbero essere travolti da sano entusiasmo giovanile.
Non può trattarsi di vittimismo generazionale: tranne poche eccezioni a ognuno di loro basterebbe salire di due o tre livelli lungo l'albero familiare per trovare individui a cui la vita ha riservato condizioni e circostanze ben peggiori.
Ma allora perché lo fanno? La prima reazione di un anziano che li osservi potrebbe essere la solita accusa: "Sono giovani viziati!". Io ho invece l'impressione che prendano a pretesto sciocche evenienze per cercare nei propri coetanei conferme, conforto, empatia.
Questa però è soltanto un'interpretazione del sintomo, che spinge quindi il problema più a monte. Quale orco interiore e intangibile squarcia la loro anima? Perché proprio in questo periodo storico? E perché proprio a questa generazione?
Forse, se mi si permette la citazione scomoda: "Sono come le bestie, sentono il tempo che cambia!" Dove il tempo ovviamente non è il clima, bensì la storia.
E il loro non è altro che naturale turbamento davanti a un futuro che, come forse mai prima d'ora, si preannuncia colmo d'incertezza.
Tutto l'anno a far la fame
e ad agosto manco'l pane.