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Mi sono sempre saputo divertire, in qualunque posto e modo, in qualsiasi momento. Frequento anche i tipici luoghi del divertimento. Non tutti, sia chiaro, ma alcuni sì. Li riconosco subito: possiedono qualche ineffabile caratteristica che soddisfa il mio istinto.
Ci vado anche da solo. Ho sempre amato farlo. A volte posso sembrare schivo, assorto, persino cupo. È soltanto apparenza. Forse sono brillo, e me la sto spassando davanti al palcoscenico della mia mente. Inoltre osservo e ascolto. La musica, certo, ma non solo.
Io lo so cos'è il divertimento. Lo so meglio di quello che sorride a tutti e "fa" l'estroverso. Ho conseguito una laurea, un master e un dottorato in divertimento. Tutto honoris causa, ovviamente. Semplicemente non mi diverto in modo prescritto, precostituito, prefabbricato. In generale i "pre-qualcosa" mi danno l'orticaria.
Il divertimento per me è qualcosa di spontaneo, istintivo, creativo. Il mio divertimento è, come un po' tutto il mio stile di vita, una forma d'arte — perdonate l'immodestia. È tuttavia una forma d'arte un po' insolita, esotica, che sembra appartenere ad altri lidi. Un po' come le maschere africane, le stampe giapponesi o le danze tahitiane che fecero il loro sbalorditivo e dirompente ingresso nel panorama culturale europeo dell'ottocento.
Credo che non smetterò mai di cercare di divertirmi. E nemmeno di riuscirci, se tutto va bene. È persino possibile che schiatterò divertendomi.
Sì, pensandoci bene, spero proprio che vada a finire così.
La notizia deve trasmettere informazione. Arricchire il bagaglio conoscitivo dello spettatore. Niente di più è niente di meno.
Se quando guardate un telegiornale o un video vi sentite invece colpiti a livello emotivo — indignati, arrabbiati, intristiti, euforici o impietositi — siete il bersaglio di tecniche manipolatorie atte a raccogliere consenso su qualche tema. Il fine può essere politico, economico, bellico, strategico in genere. Di sicuro non si sta cercando di informarvi.
Gli organi governativi, i propagandisti, i cosiddetti "spin doctor" sono maestri nell'utilizzo di queste tecniche e si servono di media accondiscendenti per metterle in atto.
Non sto parlando solo delle TV e dei giornali di stato. Ne sei vittima anche tu, che credi di abbeverarti alle pure sorgenti del fantasmagorico bluff chiamato anti-mainstream.
Le tecniche sono subdole, ma gli effetti sono talmente plateali da renderle inoffensive, a patto che uno ne sia consapevole e tenga alto il livello di attenzione.
Per sfuggire all'incantesimo basta porsi la domanda implicita nell'incipit: la notizia mi colpisce a livello emotivo? Se la risposta è "sì": spegni immediatamente il baracchino gracchiante, usa il lercio foglio per pulirti il culo o poggia il cellulare su quella pila di carte che stanno volando via.
Disciplinati a sottoporti sempre a quel semplice test. E agisci di conseguenza quando l'esito è positivo. Non ti preoccupare: quella a cui rinunci non è vera conoscenza.
Puotesi addulcir l'aspra vecchiaglia
aizzando'l foco a la spezial paglia.
Mi capita ogni tanto di origliare, senza averne in realtà intenzione, le conversazioni di qualche gruppetto di giovani. Questi ragazzi adottano spesso un tono serio, o forse serioso, quasi offeso, con forti tendenze all'indignazione. Quando riesco fuggevolmente a carpire l'oggetto dei loro discorsi, mi rendo conto che si tratta di semplici chiacchiericci, quasi sempre a proposito di persone non presenti.
Certo, il pettegolezzo, altrimenti detto gossip, è sempre esistito. Questa però ne è una versione meno innocua, a mio modo di vedere. Non coinvolge vecchiette e vecchietti a cui il tempo e gli eventi hanno indurito l'anima, bensì ragazzi che dovrebbero essere travolti da sano entusiasmo giovanile.
Non può trattarsi di vittimismo generazionale: tranne poche eccezioni a ognuno di loro basterebbe salire di due o tre livelli lungo l'albero familiare per trovare individui a cui la vita ha riservato condizioni e circostanze ben peggiori.
Ma allora perché lo fanno? La prima reazione di un anziano che li osservi potrebbe essere la solita accusa: "Sono giovani viziati!". Io ho invece l'impressione che prendano a pretesto sciocche evenienze per cercare nei propri coetanei conferme, conforto, empatia.
Questa però è soltanto un'interpretazione del sintomo, che spinge quindi il problema più a monte. Quale orco interiore e intangibile squarcia la loro anima? Perché proprio in questo periodo storico? E perché proprio a questa generazione?
Forse, se mi si permette la citazione scomoda: "Sono come le bestie, sentono il tempo che cambia!" Dove il tempo ovviamente non è il clima, bensì la storia.
E il loro non è altro che naturale turbamento davanti a un futuro che, come forse mai prima d'ora, si preannuncia colmo d'incertezza.
Tutto l'anno a far la fame
e ad agosto manco'l pane.
Potete trovare la prima parte qui.
Spieghiamo meglio perché i sempliciotti che tifano per l'uno o l'altro guerreggiante, pur essendo convinti di essere ispirati da fini intuizioni analitico-geopolitiche, in realtà non ci hanno capito un cazzo. Peggio ancora, fanno più o meno consapevolmente il gioco di qualche lurido propagandista.
Ricordatevi che non ci si riferisce qui ai fan di Putin o di Zelensky, degli israeliani o dei palestinesi, di Trump o Khamenei. Qui non c'è nessun "o", ci sono solo "e": si sta parlando di TUTTI costoro. Di chiunque semplifichi temi che sono in realtà complessi e che hanno radici ficcate molto profondamente nel suolo roccioso della storia. Storia che loro ignorano, ovviamente, a parte qualche sedimento filtrato ad arte qua e là. E che altrettanto ovviamente non riescono ad analizzare con un minimo di utilità ai fini del dibattito.
In guerra, qualsiasi guerra, ognuno ha poca ragione e tutti hanno molto torto. Non c'è giusto o sbagliato. E nemmeno vi sono buoni o cattivi. O meglio, tutto ciò non esiste in termini assoluti. Se ne può parlare soltanto in termini relativi: relativi alle motivazioni di ciascuna parte, che sono ispirate da criteri di sopravvivenza, di sicurezza e di prosperità, e quindi di sopraffazione. Si tratta di ottiche soggettive e faziose per natura, egoistiche e spietate. Anche, perché no, ancestrali, primordiali e tribali.
Spesso, come nelle faide tra famiglie o clan, i conflitti durano da talmente tanto tempo che nessuno ricorda più per quale motivo siano iniziati. Si tramandano di generazione in generazione, come se fossero parte del patrimonio genetico.
Inoltre, la matassa in cui sono avvolti è estremamente più caotica di come viene presentata dai portavoce delle parti, o percepita dai loro sostenitori.
Infine, in ogni guerra, la comunicazione è sempre inquinata da censura e propaganda. SEMPRE. Quindi, se leggete o ascoltare qualcosa che sembra dare ragione ad uno dei contendenti — magari il vostro beniamino — oppure dare torto all'altro, sappiate che non si tratta di un'informazione che conferma o confuta la vostra partigianeria — che è comunque per sua stessa natura mal riposta. Siete in realtà il bersaglio di becera pubblicità. Quella che appunto chiamiamo propaganda.
Se vi schierate dunque, non solo non ci avete capito un cazzo, ma siete pure complici, in quanto ripetitori di una squallida gran cassa.
Continuate pure, se vi va. Ma ora che lo sapete non potete più permettervi di atteggiarvi a paladini della giustizia.
I poveri illusi sono tanti, tantissimi, troppi.
Li vedi fronteggiarsi su due schiere dell'opinione pubblica create artatamente sul terreno di un conflitto, una diatriba o un contenzioso.
Sanno sempre con la sicurezza ostinata di un mulo chi ha ragione e chi ha torto. Tacciano gli illusi del campo opposto, altrettanto farlocco, di ingenuità o malizia. Accusano l'opinione pubblica avversaria di asservimento propagandistico e sbandierano le fonti schierate dalla loro parte come depositarie della pura verità.
Fanno il tifo, dandosi quella patetica, nonché irritante aria da analisti incompresi.
Il risvolto tragicomico di tutto ciò è che hanno ragione. Ognuno di loro ha ragione. Le accuse che scagliano contro i "nemici" sono vere. Lo sono da entrambi i lati, però.
Il perché di questa polarizzazione imbecillesca è noto: l'incapacità — che contraddistingue alcune semplici menti — di gestire il caos, la complessità insita in ogni settore della realtà, non solo sociale ma anche antropologico, biologico, naturale. Una complessità con cui fanno i conti ogni giorno nelle loro misere vite ma che paradossalmente non riescono ad accettare quando si tratta di eventi che hanno luogo ad un livello più alto, e quindi ancora più complicato.
Si potrebbe osservarli con tenerezza e lasciarli a sguazzare nella loro patetica piscinetta semplificata per bambini che non sanno nuotare in acque agitate.
Il problema è che il loro numero non è trascurabile, è anzi imponente, e influenza quindi la società in cui dobbiamo vivere pure noi. Chi esercita il potere — politico, mediatico o finanziario — questo lo sa e agisce di conseguenza, alimentando le spiegazioni polarizzate fornite a questi autodichiarati astuti. Riesce quindi a sfuggire al controllo che sarebbe necessario a fargli svolgere il suo compito a vantaggio della comunità e non di se stesso.
È il "divide et impera" di romana memoria. Tutt'ora estremamente attuale ed efficace.
Si tratta purtroppo di una spirale auto alimentata, un circolo vizioso, una tendenza quasi irreversibile.
Noi abbiamo comunque il dovere — morale, umano, laicamente sacro — di continuare a provarci. Se sarà stato invano, per lo meno non avremo nulla da rimproverarci.
E se sarà catastrofe, potremo puntare il dito e affermare: "Noi ve l'avevamo detto!" Una magra consolazione è sempre meglio di una pingue e vile inazione.