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Figli


Ogni tanto capita di leggere di genitori che si suicidano e portano con sé, all'aldilà, anche i figli. Si tratta evidentemente di estremizzazioni, allucinazioni, follie.
Queste patologie però camuffano una tendenza che è invece molto diffusa, talmente diffusa da apparire normale, quando invece normale non lo è per nulla: la genitorialità vissuta come senso del possesso. Anzi, della proprietà.
Dal momento in cui nascono, i tuoi figli sono e rimarranno per sempre i tuoi figli. Nel senso che sono figli tuoi piuttosto che di qualcun altro, non nel senso che ti appartengono. "Tuoi" in questo caso è aggettivo, non pronome, per chi fa ancora riferimento alla grammatica.
Nessuno appartiene a nessuno. Questo diritto fondamentale dell'individuo si applica anche al rapporto genitori-figli. I tuoi figli appartengono dunque solo a se stessi, tu sei lì per accompagnarli nella maniera migliore alla maggior età. La maniera migliore per loro, non per te.
Si nota da parte di vari genitori un continuo interferire nella vita istintiva dei figli, quella che dovrebbe portarli a realizzarsi come individui, come umane unicità. Non parlo di interferenze in ambito di sicurezza o educazione civica, dove va anche bene, anzi è auspicabile, bensì su vere e proprie questioni di PREFERENZA. E questa è un'ingerenza inaccettabile. Tra l'altro una volta diventati adulti i figli queste prepotenze le rinfacceranno ai genitori. E ovviamente avranno ragione.
In alcune famiglie funziona addirittura alla rovescia: fai quello che vuoi, vai dove vuoi, torna quando vuoi, usa il web come vuoi, frequenta chi vuoi, non mi rompere i coglioni, ma mi raccomando, fai il classico e giurisprudenza, perché l'artistico e filosofia sono robe da perdigiorno, e io voglio avere il figlio col lavoro "rispettabile", altrimenti che racconto in giro? Rispettati lo saranno anche, magari, ma in contesti un po' diversi da quelli previsti, del tipo "bacio le mani..." o "bro, spacchiamogli le ossa..."
Mio fratello ed io siamo cresciuti in un ambiente umile e sano, origini rurali e artigiane, tradizioni pre-industriali adattate alla modernità. Siamo stati seguiti con regole ragionevoli, presenza, discrezione. Fermezza e flessibilità venivano dosate con un occhio alla sicurezza ed un altro al rispetto. Per le decisioni essenziali non ci sono stati dati ordini tassativi: è bastato passarci del DNA di buona qualità e linee guida essenziali (se vi va chiamatele pure "valori").
I gradi di libertà messimi a disposizione mi hanno a volte offerto l'opportunità di fare qualche cazzata, le linee guida di base mi hanno tuttavia aiutato a comprendere e raddrizzare la rotta.
A qualcuno il mio stile di vita può anche sembrare un pastrocchio, ma è il MIO e mi ci trovo assolutamente a mio agio: me lo sono modellato grazie al rispetto che i miei genitori hanno avuto delle mie scelte, anche quando non erano in linea con le loro visioni o aspettative. Questo proprio perché hanno sempre pensato a me come il loro figlio, non come una loro proprietà.
Sarò sempre loro grato per questo: mi rendo conto che molta gente non ha avuto la stessa fortuna.

Il consiglio - CONTENUTO ESPLICITO!


Una volta - ero un ragazzino e andavo ancora al mare coi miei - stavo seduto nel cortiletto di una pensione romagnola, dove tutti gli ospiti si riunivano con i proprietari, prima e dopo i pasti.
La situazione era sempre dinamica: ad un tratto tutti potevano sparire e succedeva che ti trovavi seduto a fianco di un tizio che non conoscevi.
Quella sera uno di quei tizi mi squadrò e mi disse solennemente: "Non li ascoltare, cercheranno di raccontarti un sacco di cazzate. Tu non dare loro retta. Nella vita, ogni volta che ne hai l'occasione, sco-pa, sco-PA, SCO-PA!"
Tutto in crescendo. Poi di nuovo zitto, un'ombra, per sempre. Sembrava che un oracolo lo avesse posseduto, giusto il tempo di darmi quella direttiva, per poi lasciarlo alla sua tenue vita di ragioniere lombardo in vacanza in Romagna.
Io rimasi sbigottito. Ero un ragazzino spigliato, ma piuttosto impacciato e confuso in quell'ambito. Cominciavo proprio allora ad affrancarmi dal giogo dell'indottrinamento ecclesiastico.
Forse era semplicemente un porco ossessionato dal sesso, cioè, in fondo, una persona qualunque. Io col tempo però ho interpretato la sua iniziativa come il gesto coraggioso di un uomo che ha capito tardi l'inganno di cui era rimasto vittima lui stesso, e che cercava di mettere in guardia un giovane da attacchi coordinati alle sue pulsioni naturali. Parlava di sesso, grande leva di marketing, ma si riferiva in generale alle inibizioni, ai sensi di colpa, alle insicurezze, ai condizionamenti sociali.
Se è così, da allora nessuno mi ha mai dato un consiglio migliore.
Ci ho messo un bel po' per capirlo.
E non l'ho ancora compreso del tutto!

I am "italiano"


Non sono mai stato nazionalista in vita mia. Campanilismo e tribalismo sono sentimenti che non solo mi sono estranei, ma mi turbano pure un po'. Identificarmi come italiano, però, mi dà sempre una soddisfazione particolare. Non è una questione di orgoglio, bensì di opportunità, di risorse, di patrimonio. Non si tratta di patriottismo, è "teoria dei giochi" pura e dura.
Ma vi rendere conto? Quando vi chiedono "Where are you from?" e voi rispondete "Italy", gli state scaricando addosso Roma, Venezia, Napoli, Firenze, Milano, Palermo. L'impero romano, la chiesa, il rinascimento. Poeti, musicisti, esploratori, filosofi, pittori, scultori, scienziati, registi, sportivi. Le Dolomiti, il lago di Garda, le Cinque Terre, la Costiera Amalfitana, la costa Smeralda, l'Etna. Il Colosseo, il Duomo di Milano, il ponte di Rialto, la Torre di Pisa, gli scavi di Pompei, i Trulli. Gli spaghetti, la pizza, le bruschette, il cappuccino. La Ferrari, Armani, Ferrero.
Non serve nemmeno che facciate l'elenco: "Italia" è l'etichetta su un pacco il cui contenuto conoscono tutti. È un colpo da KO, uno scacco matto, un'offensiva inarrestabile.
Poi lo sanno che magari hanno davanti uno stronzo. Però è uno stronzo italiano. Vuoi mettere?

P.S. A proposito, alla domanda "Where are you from?", anche se parlo piuttosto bene l'inglese, rispondo sempre "Italia!" o "Italiano!", in italiano appunto. E si comincia subito con una bella risata.

Ritratto


Sto seduto su uno sgabello, al bancone di un locale thai, sorseggiando il Negroni che il barista mi ha appena preparato - buono il Negroni. Dopo qualche minuto lo stesso barista mi allunga un blocchetto per appunti che sa di scuole medie anni '80. Sulla pagina aperta c'è uno sketch a matita.
È un volto, di profilo.
Spalanco la bocca sorpreso, e poi gli sorrido.
Quel volto è il mio.
Non so quanto mi somigli, ma sono sicuramente io. E meno mi assomiglia, più mi piace l'idea, perché significa che osservandomi e liberando la sua creatività ha saputo immaginarmi a suo modo.
Non so nemmeno se sia un buon disegno, tecnicamente parlando. A me piace, però non me ne intendo. Posso avere un'opinione competente su un testo, un pensiero, un film, una musica, ma di disegno ci capisco poco. Per me tutti gli sforzi di GENUINA creatività sono bellissimi. I disegni della mia nipotina mi sono sempre sembrati opere d'arte, nel loro genere.
In un mondo in cui devi stare all'erta e defilarti per non finire come comparsa in una "video story" del cazzo, imbattersi in qualcuno che ti fa un ritratto, mentre tu neanche te ne accorgi, è un gradevole ritorno al passato. Un ritorno al passato che nel disorientamento del presente sa di auspicio per il futuro.
Complimenti al "bartista".

L'inversione


Si è ormai quasi completamente invertito il flusso di informazioni tra elettore e politico.
Quest'ultimo, proprio per il fatto di essere un professionista della politica, dovrebbe, in base alle proprie conoscenze, esperienze e abilità, essersi formato una propria visione da presentare ai cittadini.
Un po' per colpevole incompetenza, un po' per vile convenienza, un po' per subdolo calcolo, molti politici hanno smesso di proporre la loro visione, e hanno deciso invece di assecondare le istanze dell'elettorato, così come le captano in piazza, al bar o in spiaggia. Istanze che spesso alimentano essi stessi, tramite media compiacenti, facendo leva su fobie ancestrali, complessi di inferiorità e istinti tribali.
Non solo abdicano al loro ruolo di guida, ma finiscono per vanificare lo scopo stesso della loro funzione: riconciliare le esigenze collettive con gli interessi individuali.
E proprio a questo, paradossalmente, devono il loro successo.
Tutto ciò io lo trovo vomitevolmente distopico.

La caccia farà schifo, certo, però...


Personalmente la caccia mi inorridisce. Il povero animaletto che si fa gli affari propri, programmato dall'evoluzione per recepire come segnali di pericolo l'avvicinamento di altri animali, suoni, odori, colori, mutamenti del meteo, colpito da un proiettile che nulla della natura, dentro o fuori di esso, poteva aiutarlo ad evitare, mi sembra la vittima di una vigliaccata immane. Specialmente al giorno d'oggi, quando non possiamo più campare la scusa della sopravvivenza per impallinare povere bestie indifese.
Mai quindi avrei pensato di spezzare una lancia a favore di tale pratica. Eppure...
L'accanimento contro i cacciatori, in effetti, mi sembra utilizzato in maniera strumentale, con funzione di capro espiatorio.
Mi spiego. Una società che comunque utilizza altri modi per uccidere, schiavizzare e sfruttare gli animali, che diritto ha di puntare il dito contro i cacciatori? Stanno sempre a citare il Vangelo. Come suona questa allora? Chi è privo di peccati scagli la prima pietra! 
La preda del cacciatore, nella maggior parte dei casi, ha vissuto il miglior tipo di vita possibile, secondo la propria natura, fino al momento in cui è stata colpita. E quello che subisce è un colpo di grazia, per lo meno quella è l'intenzione del tiratore.
Perché lasciare un pesce a soffocare, intrappolato nella rete o dentro un secchio, fuori dall'acqua, fino a che la morte per asfissia non sopraggiunge a graziarlo, sarebbe un crimine relativamente "più etico"? 
E l'animale che nasce in una gabbia sporca e ci rimane, in condizioni pietose, fino a quando viene portato al macello? Davvero la colpa di cui si macchia il cacciatore è più grave? 
In realtà chi si nutre di prodotti animali le bestie dovrebbe proprio essere costretto a cacciarle. Ci sarebbero vari vantaggi. Le persone si renderebbero conto che il macinato con cui fanno il ragù è in realtà un trito della gamba di un essere che hanno visto vivo nel suo ambiente naturale, non un semplice "ingrediente" astratto, comprato in pacchetti al supermercato del quartiere. Inoltre la gente mangerebbe carne quanto basta, visto che non la troverebbe sugli scaffali ma se la dovrebbe procurare con fatica. E poi sarebbe preferibile proprio per una questione morale: l'animale lo lasci vivere libero fino a quando ti prendi personalmente la responsabilità di ammazzarlo per pappartelo. Non lo fai soffrire inutilmente e sadicamente in una caraffa o in una cella. E nemmeno deleghi ad un sistema nascosto dietro le quinte il lavoro sporco. Lo fai tu.
Viene il sospetto che la campagna contro i cacciatori la alimentino proprio i colossi dei settore ittico o degli allevamenti. Per convincere la gente che i cattivi sono quelli che in realtà praticano l'attività meno nociva, e continuare ad arricchirsi con le loro pratiche eco-mafiose, spacciandosi pure per l'alternativa "meno crudele".
Mi tocca di nuovo citare Nietzsche, ma che volete farci, ha scritto più di cento anni fa cose che sono sempre attuali, e temo rimarranno attuali ancora a lungo. 
"La follia è molto rara nei singoli individui, ma nei gruppi, nei partiti, nei popoli, nelle epoche, essa costituisce la regola".

Tradizione


  • La tradizione è il risultato di una lunga sequenza di miglioramenti. Ed è essa stessa passibile di future migliorie.
  • La tradizione è come un segnalibro: serve a ricordarci a che punto siamo arrivati, non segnala la fine della storia.
  • La tradizione che adori come un feticcio immutabile ti è stata tramandata da una serie ininterrotta di generazioni, attraverso vari passaggi. Se ad uno qualunque di questi livelli qualcuno avesse pensato di essere arrivato al traguardo, ti sarebbe stato affidato qualcosa di più primitivo. Hai verso i tuoi discendenti il dovere, nonché la responsabilità, di lasciare aperte le porte al cambiamento, così come le hanno lasciate aperte coloro ai quali devi ciò che ti è stato consegnato in dono dal passato.
  • La tradizione è tanto, certo, ma non è tutto.
  • Le tradizioni di culture diverse non vanno mai messe in competizione: sono tutte complesse, articolate e sofisticate catene di adattamento a realtà circostanziate, fissate col primo anello allo stesso gancio, di cui ogni ulteriore inserto è un pezzo aggiunto ad un mosaico unico.
  • La tradizione può agire da freno sul presente o da acceleratore per il futuro: dipende solo dal pedale che tu hai deciso di premere.